Come Gruppo, anche in linea con i principi del Global Compact promosso dall’ONU e gli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (SDGs) previsti nell’Agenda 2030 e in coerenza con le Policy specifiche adottate in materia di ambiente, diversità, diritti umani e anticorruzione ci impegniamo "ad evitare, prevenire e reprimere ogni forma di discriminazione basata su sesso, età, preferenze sessuali, razza, nazionalità, condizioni fisiche, sociali o economiche, credo religiosi, opinioni politiche".
Riconosciamo il valore della diversità e l'importanza di ambienti di lavoro inclusivi, contribuendo con il nostro operato allo sviluppo delle nostre comunità anche nell’ambito della Diversità, Equità ed Inclusione.
Crediamo nel valore che ogni persona può dare per favorire una crescita sociale ed economica equilibrata dei territori in cui operiamo.
Certificazione Parità di Genere (UNI PdR 125)
La Cassa Rurale Alta Valsugana ha ottenuto la Certificazione per la Parità di Genere, un riconoscimento che si inserisce all’interno delle iniziative per le pari opportunità del PNRR, fondamentale riferimento a livello nazionale per tutte le aziende impegnate nella realizzazione e nella promozione della parità di genere. La Certificazione riconosce l’impegno della banca nella valorizzazione delle diversità – attraverso progetti di inclusione, work-life balance, percorsi di formazione, piani di sviluppo per le carriere femminili, interventi concreti nell’ambito del gender pay gap e la realizzazione di interventi finalizzati a promuovere le pari opportunità fuori dal contesto organizzativo che coinvolgano diversi stakeholders - in coerenza con il Codice Etico di Gruppo e l’impegno del Gruppo Cassa Centrale sulle tematiche di Diversità, Equità e Inclusione.
L'Ente Certificatore
Abbiamo ottenuto la certificazione UNIPDR 125:2022 con Bureau Veritas Italia, nata nel 1828 e leader a livello globale nei servizi di ispezione, verifica di conformità e certificazione. ll Gruppo BV ha 84.000 dipendenti dislocati in oltre 1.600 tra laboratori e uffici in tutto il mondo. Supporta più di 28.000 clienti in Italia nel miglioramento delle performance attraverso soluzioni e servizi innovativi, finalizzati ad attestare che prodotti, asset e processi rispondano a standard cogenti e volontari in ambito qualità, salute e sicurezza, ambiente e responsabilità sociale (QHSE-SA).
Le parole non sono semplici etichette: danno forma al modo in cui vediamo il mondo e le persone che lo abitano. Quando si sceglie di usare il maschile per indicare ruoli ricoperti da donne, non si sta solo semplificando la lingua, si sta rendendo invisibile una parte della realtà. Nella vita professionale e quotidiana si incontrano persone che coordinano, consigliano, analizzano e decidono. Sono responsabili, avvocate, collaboratrici, direttrici, esperte. Eppure, spesso, vengono ancora chiamate al maschile. Forse per abitudine, forse perché i femminili professionali suonano insoliti. Ma lo sono solo per mancanza d'uso. Dare il nome giusto alle cose significa riconoscere valore e presenza. Non è una questione di forma: è una questione di precisione, rispetto ed equità. Dire "la responsabile", "l'avvocata", "l'architetta", "la presidente", "la collaboratrice" non cambia il contenuto del lavoro, cambia lo sguardo di chi ascolta. Restituisce a chi svolge quel ruolo la piena visibilità che merita. La lingua, come la società, evolve. Termini che ieri sembravano forzati oggi sono diventati normali, perché rappresentano la realtà che viviamo. Anche i femminili professionali, una volta diffusi, smettono di suonare "strani" ed entrano nel linguaggio comune. Ogni parola scelta con consapevolezza è un piccolo passo verso una cultura più equa. Usare i femminili è un gesto di correttezza e di attenzione: dire la verità su tutte le persone che rendono vivi i luoghi in cui lavoriamo e viviamo.
L'attenzione ai sostantivi e agli aggettivi neutri è un elemento centrale nella costruzione di una comunicazione coerente, chiara e rispettosa. Adottare questa prospettiva non significa modificare radicalmente il modo di scrivere, ma sviluppare un approccio più consapevole nel rivolgersi a gruppi eterogenei di persone. Scegliere parole non marcate dal genere consente di evitare impliciti che rischiano di escludere o generalizzare. Un linguaggio neutro chiarisce immediatamente che ci si sta rivolgendo a tutti, migliorando l'accessibilità dei messaggi e la precisione con cui vengono interpretati. L'adozione di forme neutre produce effetti concreti: riduce ambiguità nei documenti, migliora la leggibilità delle comunicazioni e contribuisce a creare ambienti più trasparenti e orientati alla collaborazione. Non richiede competenze specifiche, ma una pratica costante di osservazione e cura del linguaggio. La scelta di un linguaggio più inclusivo non è un esercizio formale: è un gesto concreto che sostiene valori di equità e attenzione alla persona. Ogni parola neutra contribuisce a rendere la comunicazione più equilibrata e rispettosa delle diverse identità presenti nei luoghi di lavoro e nella società. Investire nella qualità del linguaggio significa investire nella qualità delle relazioni.
L'uso del maschile per indicare gruppi misti o non definiti è un'abitudine radicata, spesso inconsapevole. Nasce dall'idea che il maschile possa rappresentare tutte le persone, ma nella pratica produce un effetto di esclusione: rende meno visibili ruoli, competenze e contributi che non appartengono a quel genere. Evitare il maschile sovraesteso non significa complicare la comunicazione, ma aumentarne la precisione. Le soluzioni sono già disponibili e consolidate. Quando possibile, è utile ricorrere a forme neutre e collettive: "personale", "team", "comunità", "chi partecipa", "chi utilizza un servizio", "chi interviene in un processo". Queste formule sono chiare, operative e compatibili con qualsiasi contesto comunicativo. Nei casi in cui la forma neutra non sia praticabile, alternare femminile e maschile o esplicitarli entrambi permette di mantenere equilibrio e rappresentatività. Introduzioni come "buongiorno a tutte e tutti" o "care colleghe e cari colleghi" sono semplici, efficaci e ormai riconosciute nella comunicazione professionale. Le parole che scegliamo non sono un dettaglio formale: orientano percezioni, relazioni e senso di appartenenza. Accompagnare l'evoluzione della lingua con responsabilità significa costruire spazi in cui ognuna e ognuno possa riconoscersi e partecipare in modo pieno.
La chiarezza non è una qualità secondaria del linguaggio: è una forma di rispetto. Quando si comunica, che sia in una e-mail, in una riunione o in una conversazione informale, la scelta delle parole determina se il messaggio arriva davvero a tutte le persone coinvolte, o solo ad alcune. La complessità tecnica è spesso inevitabile in certi ambiti, ma questo non significa che debba essere la norma anche nella comunicazione quotidiana. Acronimi non spiegati, espressioni gergali, frasi costruite in modo contorto: questi elementi creano distanza. Chi non ha familiarità con certi termini spesso smette semplicemente di partecipare. Semplificare non significa banalizzare. Significa scegliere la parola giusta al posto di quella complicata, spiegare un concetto invece di darlo per acquisito, formulare una domanda in modo diretto invece di lasciare spazio all'ambiguità. Significa ricordare che ciò che è ovvio per chi scrive non lo è necessariamente per chi legge. Un linguaggio chiaro è anche un linguaggio equo: riduce le asimmetrie informative, favorisce la partecipazione di tutti e contribuisce a costruire relazioni più trasparenti e collaborative. Comunicare con precisione e semplicità è parte integrante della qualità di ogni servizio fondato sulla fiducia. Limitare le complessità non è una rinuncia alla profondità: è il modo più efficace per assicurarsi che il proprio messaggio raggiunga davvero ogni persona a cui è rivolto.
Le parole non sono mai neutrali. Anche quando le usiamo senza intenzione, portano con sé significati, immagini e aspettative che si sono sedimentati nel tempo. Alcune espressioni del linguaggio quotidiano, apparentemente innocue, possono rafforzare stereotipi di genere, escludere identità, ridurre persone a categorie. Non per cattiva volontà, ma per abitudine. Riconoscere questo meccanismo è il primo passo per superarlo. Nella vita di tutti i giorni, significa prestare attenzione alle generalizzazioni che si infilano nelle frasi senza che ce ne accorgiamo: i commenti che associano certi comportamenti a un genere, le etichette che definiscono le persone invece di descriverle, le espressioni che, pur con le migliori intenzioni, non rispettano il modo in cui qualcuno desidera essere nominato. Scegliere le parole con consapevolezza non richiede di conoscere ogni termine o ogni sfumatura: richiede disponibilità all'ascolto e alla correzione. Se non si è sicuri di come una persona voglia essere chiamata, si può semplicemente chiedere. È un gesto di apertura, non di debolezza. Mostra che la dignità dell'altra persona viene prima della comodità dell'abitudine. Ogni volta che si sceglie un'espressione rispettosa al posto di una stereotipata, si contribuisce a rendere i propri contesti di vita e lavoro luoghi più giusti e più accoglienti per tutti.
Le parole possono essere muri, ma possono anche essere porte. La differenza sta nella scelta che facciamo ogni giorno.